Thalassa
“Sono io il mio Minotauro
Divoro chi arriva fino a me
Chiuso nel mio labirinto
Divoro chi arriva fino a me”
(V. Capossela)
Eccoli, gli eroi. Fatti a pezzi, smembrati, carne da macello, sangue e polvere, mescolati. Eccoli, i fantasmi, bianchi di cera. Alla fine del bronzo lucente, dell’età finale, dell’era fatale e prevista. Figli dei figli e ancora dei figli, generati da una sacra mescolanza. In Thalassa, ad occidente, nel Grande Verde.
In Thalassa, società meticcia di popoli. A Thalassa, Tinnit di Sulky, Signora straniera, convincici tutti, salvaci le anime dagli spettri, per chi crede e per chi non ha creduto, preserva la nostra xenía, la legge di Babai, nei secoli e nei millenni che si succederanno.
Salgono i lamenti d’animali, schiantati su altari di arenaria bianca dai piedi a forma di nur, battezzati dalla lama sotto un sole cocente, cosparsi di sale e olio e manciate di grano. Ecco che si chiede il perdono, si supplica la guarigione. Si prega, per un futuro già scritto. Al dio di tutti gli dei, alla dea di tutti gli dei, innalzammo prima i bronzi appuntiti, poi le stele, graffiate con lettere arrivate dal mare, pietra sulla pietra, ʾālep e bēt, bue e casa. Ma non basterà. Dalle mura abbattute e bruciate d’Ilios, l’onda della maledizione ci ha colpiti. Tradizioni tramutate in piaghe, diffidenza, l’uomo-toro catturato, squartato, deriso, della sua pelle se n’è fatto uno scuro mantello, nero d’Ade. Prima di Aurora dalle dita di rosa risorgeremo ancora, figlie e figli di luce, come un grande Minotauro di ferro, levigato ad arte per splendere. Lo chiameremo Dedalo, gli daremo una casa dalle mura di ciclope e un elmo cornuto colore della notte, di nuovo e di nuovo ancora.
“Eccola, viene
Ha quattro braccia e due teste
Quattro gambe e due teste
Ora che lei
Ha quattro occhi e due teste
Quattro mani e due teste”
Infine, quindi, danzeremo nelle sere senza stelle fenicie, qui sopra la terra a noi sacra o su navi nere dalla testa di cervo, dimenticando le vecchie divinità, adorandone altre, brandendo spade di duro metallo nuovo. Gusteremo carni infinite e vino di miele, celebrando il rito del silenzio al tempio di Astarte, a chiedere protezione. Rimarranno di noi colonne e statue frantumate, poi mura possenti, senza segni di scrittura. Di noi celebreranno le gesta, inventando miti tra gli spazi bianchi come sepolcri, lasciati vuoti dalla storia oscura, indecifrata. Nei fuochi fatui e nella nebbia del mare accarezzato dall’Argeste si leggerà il nome della nostra gente ma esso sarà comprensibile solo ai puri di cuore, al di fuori della mētis.
Così si pronunciò la Pythía, la coga di nome Aleni*, così si tramandò la profezia: “in mezzo a Thalassa, qui dove muore il dio Sole, tutto si compie. Tra le alte torri, tutto in polvere cadrà”.
A noi fantasmi spetta ora portare sugli scudi rotondi i nostri stessi cadaveri, così pesanti, coperti d’abiti di lino e borchie di rame. Perché impossibile ci risulterà il ritorno alla casa che fu. Impedito il nóstos, plasmerà questa terra d’isola solo una costante ombra di bile nera, che nessun aedo si compiacerà mai di narrare.
Questa è la maledizione di Ba’ al.
Nei millenni che verranno.
Saremo come statue, di cera persa.
* La coga Aleni è un personaggio del racconto dal titolo Bellas Mariposas, scritto dal grande Sergio Atzeni.










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