Il ciclope
"Water, water, every where,
And all the boards did shrink;
Water, water, every where,
Nor any drop to drink."
(S.T. Coleridge, The Rime of the Ancient Mariner)
Fine gennaio 2026. Harry il ciclone.
Risulta ormai di moda, in questi nostri tempi inquieti, dare un nome alle sciagure. Harry il ciclone, Harry il ciclope.
Harry, un nome per umanizzare ciò che umano non è. Umana è, invece, la causa.
Perché la produzione capitalista non si può arrestare, dicono. "Produci, consuma, crepa", il mantra. A qualunque costo, il clima e il pianeta in secondo piano. Perciò viene normalizzato il pianto. Da buon gregge di coccodrilli.
Se potesse, Harry, il ciclope fenicio, ne riderebbe. Riderebbe di voi, si farebbe beffa di tutti noi. Con lacrime asciugate dal suo unico occhio crudele di Natura senza coscienza.
"Arriverò per cena" - così si annunciava, con un telegramma, lo scirocco al seguito di Harry. E qui ci si preparava, senza sorpresa alcuna. Eppure, un certo formicolio d'attesa tenne vivo un sottile pensiero, caldo di pre-allarme. Al netto di questo, rimase comunque un paesaggio banale di straordinaria e solitaria potenza.
Il mare basta sempre a se stesso. Queste foto che seguono sono il pre, prima del post.

Infine poi Harry arrivò, trattenendosi a cena, a pranzo e di nuovo a cena anche nel giorno successivo, rimase pure per la notte, per non dormire affatto.
Harry, che stupida moda è questa di dare nomi alle sciagure. Con un battesimo per lavarci tutti le mani dalle colpe, come recita il sacramento, esternalizzandole e imputandole a un'entità con un nome, così astratta, così potente.
In questa nostra epoca, il linguaggio dominante è tristemente binario. Semplificato, categorizzante, banale. Anche nel semplificare i cambiamenti climatici che diventano - ahi ahi!- sempre più evidenti. Un linguaggio spinto idraulicamente con forza verso il basso. Slogan. Con la finta e subdola giustificazione di voler rendere comprensibile ciò che lo è già. O che dovrebbe essere. Che noia e che vera catastrofe.
"Questa è la ballata di chi si è preso il mare
Che lapide non abbia, né ossa sulla sabbia
Né polvere ritorni, ma bruci sui pennoni
Nei fuochi sacri, nei fuochi alati
Della Santissima dei naufragati"
(V. Capossela, S.S. dei naufragati)
Quindi, in un gennaio che non mostra ancora la coda di piume, ecco il dopo del dopo.
Dopo la potenza della mareggiata. Dopo il ritorno del mare a casa sua.
Si contano i danni. Si scruta il cielo. Si porta l'orecchio alla conchiglia, dal cui interno però non giunge il canto del mare - quella musica è solo un amuleto apotropaico per bambini. Un inganno, una Fata Morgana per l'udito. Come se fosse una Pizia, invece, si sente il suo bisbiglio: son parole di paura e di profezia, seduta sopra l'ombelico del mondo, il nostro omphalòs. Un timore tiranno che tutto questo, dopotutto, possa diventare normalità.
Per colpa nostra.













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